Dinanzi ai miei occhi, in un minuscolo cortile cinto da bianchissime
mura, si sta svolgendo una fase cruciale di una ricorrenza gallipolina tra le
più sentite. Una figura femminile è legata ad un tronco, gli occhi rivolti al
cielo, due frecce le trafiggono il costato; tutt’intorno un via vai frenetico
di uomini. Si tratta dell’allestimento della statua in cartapesta di Santa
Cristina, che verrà prima esposta ai fedeli all’interno dello stesso cortile, e
poi portata in processione per le strade della città. L’atmosfera è distesa, i membri
della confraternita di Santa Maria della Purità scherzano tra loro, prendendosi
in giro e scoppiando, di tanto in tanto, in fragorose risate. Il culmine del
divertimento viene raggiunto, forse, quando uno dei confratelli si accorge che
l’addetto alla potatura degli addobbi floreali ha inavvertitamente tagliato uno
dei fili elettrici che alimentano le lampadine che servono ad illuminare la
statua dal basso. Sotto lo sguardo estatico di Santa Cristina, il colpevole di
cotanta distrazione viene redarguito dai suoi compagni in un modo che soltanto il
dialetto gallipolino può consentire.
Tuttavia, nonostante l’apparente spensieratezza dei presenti, dai
gesti, dalla cura che riservano ad ogni particolare, dagli sguardi, che in
certi istanti divengono improvvisamente assorti, traspare tutta la loro
devozione, il loro amore. E mentre osservo con quanta dedizione uno dei
confratelli lucida per l’ennesima volta un fregio ligneo, non riesco a fare a
meno di chiedermi che cosa rappresenti per queste persone la statua della Santa.
Un canale di comunicazione con il mondo ultraterreno? Uno strumento mediante il
quale trovare o rimarcare il proprio posto sulla Terra, tra i comuni mortali?
L’accudirla amorevolmente rappresenta forse una sorta di mantra rasserenante,
che distoglie dalle tribolazioni della vita quotidiana? Forse nessuna delle mie
supposizioni è azzeccata, o forse lo sono tutte, ma non faccio in tempo a
indugiare oltre in questi miei pensieri, che vengo rapito dalla bellezza che si
cela dentro l’oratorio adiacente al cortile nel quale è stata collocata la
statua.
Si tratta del seicentesco oratorio di Santa Maria della Purità, una
pietra preziosa incastonata nello scoglio sul quale sorge la città vecchia di
Gallipoli. Come nel caso di un geode, cavità protetta da una scorza di scarna
roccia magmatica ma internamente rivestita da uno strato di cristalli
sfavillanti, la semplicità della facciata non lascia in alcun modo presagire
l’opulenza che la chiesa custodisce al suo interno. Dentro questo scrigno,
infatti, ogni millimetro di superficie è ricoperto da una decorazione, che sia
una tela dipinta, una cornice, un intaglio. Tuttavia, come mi fa sapere Cosimo
Maggio, priore della confraternita che questa chiesa l’ha edificata, alcune delle
opere originariamente conservate nell’oratorio non sono più qui. Quattro pale
lignee del Seicento, rinvenute oltre un secolo fa al di sotto di altrettante
tele dipinte, sono da allora conservate presso il Museo Civico gallipolino,
dove sono evidentemente destinate a restare, vista la mancanza di spazio che
possa accoglierle nella loro sede originale.
La chiesa, affacciata sul mare, è illuminata dal sole del tardo
pomeriggio, quando la statua della Santa fa la sua uscita trionfale davanti a
centinaia di persone. La processione ha inizio. Il suo percorso si snoda tra
gli stretti vicoli del centro storico, per poi continuare nella parte nuova
della città. Sempre secondo ciò che mi riferisce Cosimo Maggio, nel corso degli
ultimi anni lo svolgimento di questo rito religioso è stato oggetto di
modifiche volte a renderlo più compatibile con il crescente afflusso turistico;
ad esempio, la processione non tocca più i punti in cui oggi si concentra la
maggior parte dei locali e dei negozi di souvenir, i cui tavolini e la cui mole
di avventori renderebbero difficoltoso il passaggio del corteo. Effettivamente,
diversi Caddripulini te scoju (Gallipolini di scoglio, come gli stessi
abitanti di Gallipoli vecchia si definiscono) con cui ho parlato evidenziano che
i cambiamenti sono profondi e interessano l’essenza stessa del centro storico
di Gallipoli. Questo, infatti, conta molti meno abitanti del passato, ma tanti Bed
& Breakfast in più. E c’è chi teme che, insieme agli abitanti, la città
vecchia possa, in futuro, vedere scomparire anche alcune delle sue secolari tradizioni.
Fortunatamente, per la processione di Santa Cristina quel giorno non è ancora
arrivato, né sembrerebbe essere vicino. Eppure, io trovo che assistervi oggi
significhi avere la possibilità di rendersi conto di come Gallipoli vecchia sia
giunta ad un punto cruciale della sua storia, quello in cui si è ritrovata a
percorrere l’ormai sottilissima linea di demarcazione tra passato e incalzante
modernità. La globalizzazione si è riversata come un fiume in piena tra i
palazzi del centro storico, lusingata dall’estetica dei suoi scorci ma, mi
sembra, poco interessata all’anima antica di questo luogo. C’è chi questo fenomeno
lo ha cavalcato, reinventandosi, e chi ha preferito andarsene. Nonostante ciò,
ci sono vicoli troppo stretti in cui il vento del cambiamento non è
apparentemente riuscito ad insinuarsi; si tratta proprio dei vicoli che la
processione invece riesce ancora a percorrere agevolmente. E il contrasto che
percepisco tra l’atmosfera che si respira in questi vicoli e quella che prevale
nelle “strade del turismo” è nettissimo. Nei primi, famiglie di fedeli,
anziani, bambini che fino ad un attimo prima stavano giocando a palla in strada
o vendendo conchiglie su bancarelle improvvisate, osservano in religioso
silenzio il passaggio del corteo, mentre il parroco si ferma di tanto in tanto
per permettere a qualche fedele di baciare il reliquiario contente una reliquia
di Santa Cristina; nelle seconde, frotte di turisti affollano bar e ristoranti,
sorseggiando i loro drink accompagnati dal ritmo delle hit estive o da
melliflue sonorità lounge, forse ignari di ciò che sta avendo luogo a poche
decine di metri da loro.
La sera, quando il sole è già tramontato e le strade si sono
illuminate della luce gialla dei lampioni, la processione lascia il centro
storico e attraversa il ponte che lo collega alla parte nuova della città,
scivolando lentamente verso le luminarie del corso Roma, principale arteria di
Gallipoli. Qui si sta svolgendo la fiera di Santa Cristina, con le sue luci
sfavillanti e le bancarelle stracolme di giocattoli, scapece (ricetta tipica
gallipolina, a base di pesce fritto, farina, aceto, zafferano e mollica),
scaiozzi (i mostaccioli salentini) e cupeta (croccante di mandorle e zucchero).
A giudicare da quanto racconta Giuseppe Alvari, sono molti gli elementi
tradizionali della fiera che si sono mantenuti nei decenni, eppure oggi,
diversamente da un tempo, la festa sembrerebbe attirare gente anche
dall’estero: Benito Carrozza, che ha ereditato la sua devozione per Santa
Cristina dal nonno e che attualmente è il presidente del comitato organizzativo
della festa, mi spiega che l’accensione artistica delle luminarie, da qualche
anno fiore all’occhiello dei tre giorni di festeggiamenti, ha tra i suoi
spettatori turisti giunti persino da Russia e Giappone. E ai piedi dell’incombente
mole del grattacielo di Gallipoli, mentre la statua della santa sfila tra le
centinaia di smartphone sollevati verso il cielo, ho la sensazione che la
tradizione si stia ora concedendo alla modernità.
Il giorno dopo, sotto il sole cocente del primo pomeriggio, a pochi
metri dalla cappella di Santa Cristina, la folla è pronta ad assistere ad
un’altra ricorrenza a cui i Gallipolini sono molto affezionati: la cuccagna a
mare. Da anni (se si fa eccezione del 2016) a vincere la competizione,
raggiungendo per primo la bandierina posta all’estremità del palo di legno
proteso verso il porticciolo del Canneto, è sempre la stessa persona, Tony
Carretta. Intorno a me chi più avanza pronostici o si dice pronto a scommettere
sulla vincita di qualcuno dei partecipanti. Su Tony, anche quest’anno,
sembrerebbero puntare in molti, mentre c’è chi dissente, avanzando le proprie
ipotesi su come e perché questa volta potrebbe andare diversamente. L’aria che
si respira è quella di un grande evento, un appuntamento irrinunciabile, una
sorta di piccola olimpiade locale. I nomi (o, a volte, le 'ngiurie,
ovvero i soprannomi) dei vincitori che si sono succeduti negli anni sono scolpiti
nella memoria della città.
Il gioco della cuccagna a mare richiede equilibrio, destrezza e una
certa dose di coraggio. Il palo, fatto giungere da Benito Carrozza dalla
Russia, deriva dal tronco di un albero alto quaranta metri, ed è stato
collaudato per assicurarsi che possa reggere il peso di una persona. Nonostante
tutti gli accorgimenti, però, il rischio di urtare violentemente il palo quando
si scivola rimane.
Approfondendo un minimo l’argomento, ho appreso che il gioco è
praticato, nelle sue varianti, in diverse regioni d’Italia, e c’è chi lo
riconduce all’usanza, diffusa in varie parti d’Europa, di erigere nei villaggi
i cosiddetti “alberi di maggio”, originariamente concepiti da diverse culture
come strumenti per propiziarsi la benevolenza degli spiriti del bosco (Frazer,
1915). Nella cuccagna a mare gallipolina, il palo, lungo dodici metri, viene
cosparso di grasso e inclinato in maniera tale che il partecipante debba
percorrerlo in salita. Insomma, sembra proprio che a qualcuno piaccia complicarsi
la vita!
Uno alla volta, i partecipanti (una decina), si susseguono nel
tentativo di acciuffare la bandierina tricolore, ricominciando il giro più e
più volte. Ogni volta che uno dei partecipanti percorre il palo, parte dello
strato di grasso che lo ricopre finisce inevitabilmente per essere rimossa,
rendendo l’impresa di non scivolare via via sempre meno difficile. Al vincitore
della competizione verrà riservato un premio simbolico in denaro, oltre che,
ovviamente, la gloria e, com’è probabile, qualche anatema (o, come si direbbe a
Gallipoli, “castima”) da parte degli sconfitti. La gara va avanti per ore,
durante le quali l’agonismo cresce vistosamente ad ogni tentativo fallito. Gli
occhi, com’era prevedibile, sono puntati sul vincitore in carica, che più volte
si avvicina alla meta, senza però mai raggiungerla, finendo puntualmente per
scivolare e tuffarsi nelle acque del seno del Canneto. Alla fine, quando ormai
ho iniziato a temere che tornerò a casa avendo assistito soltanto ad una gara
di tuffi, Giorgio Misciali riesce nell’impresa, facendo esplodere l’euforia di
tutti i presenti, compreso il sottoscritto.
Come racconta Giuseppe Albahari, sin dalla sua nascita, nel 1868, ad
un anno da quando l’epidemia di colera aveva allentato la sua presa sulla città
di Gallipoli, la festa di Santa Cristina rappresenta un momento di incontro per
l’intera cittadinanza, nonché per molti abitanti dell’entroterra salentino.
Oggi Gallipoli non è sicuramente più quella di un secolo fa, eppure, nonostante
i mutati interessi di molte persone e le diverse circostanze, io sospetto che
alcuni aspetti della vita di un tempo siano sopravvissuti allo scorrere degli
anni. Quale che sia la verità, in ogni caso, mi reputo fortunato di aver potuto
vivere e raccontare uno spaccato di ciò che ritengo conti di più per questa
bellissima cittadina, ovvero il suo presente.
Bibliografia:
Frazer J., 1915. Il ramo d’oro.
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